Memorie da una esperienza di lavoro con i gruppi

Alice Ricciardi von Platen

Abbiamo vissuto in gruppi umani per millenni, nella famiglia, nelle tribù, nel lavoro, nelle guerre, nelle feste senza pensare molto a questi diversi modi di stare insieme ed agli svariati rapporti in ogni gruppo umano. Freud stesso ha studiato solo gruppi autoritari come l'esercito e la chiesa, nei quali le emozioni di amore ed obbedienza sono dedicate al capo, gruppi con una organizzazione gerarchica rigida dove i rapporti fra i partecipanti non gli sembrano molto importanti. Nella famiglia stessa di Freud veniva seguito il modello patriarcale e autoritario.

Il problema individuo-gruppo non può essere approfondito solo nei gruppi autoritari.

I primi psicoterapeuti che hanno usato tecniche di gruppo sono stati analisti americani che riunivano i loro pazienti individuali ogni tanto in gruppo per discutere problemi teorici e che notarono risultati interessanti. In particolare Trigant Burrow sviluppò una tecnica di psicoterapia gruppale.

La psicoanalisi di Freud è stata la grande sfida alla medicina tecnologica del suo tempo. Noi stiamo ancora in mezzo alla lotta fra concetti puramente tecnologici-razionali e concetti umanistici nella medicina di oggi.

Dagli inizi dell'ottocento, parallelamente allo sviluppo economico, tecnico e sociale e la crescita della educazione, nuove ideologie sociali e filosofiche sono state concepite in Europa, pensiamo a Marx e a Weber, e si sono rapidamente diffuse. Ma la base del cosiddetto "Progresso" è stata piuttosto tecnica. Viviamo adesso in un mondo tecnico-consumistico con poca cura dei valori spirituali.

È solo recentemente che l'importanza del gruppo è stata riconosciuta. Il gruppo è diventato un oggetto di studio approfondito nel lavoro e in situazioni di conflitti in generale. A noi interessano specialmente gli usi moderni in psichiatria.

Ho avuto il mio primo incontro con la psichiatria in un grande manicomio negli anni venti, quando ero adolescente e facevo visita al fratello medico di una compagna di scuola. Mi faceva una grande impressione quando salutava una vecchietta che puliva un corridoio con "Come sta, Maestà?" e ci spiegava che eravamo di fronte alla regina di Romania! L'atmosfera della clinica era simpatica. I molti pazienti lavoravano, ma con i medici c'era poca comunicazione. Durante il nazismo, nella fase della cosiddetta "Eutanasia" questa clinica ha salvato parecchi pazienti.

Terminati gli studi il mio primo lavoro psichiatrico era già sotto il nazismo, e l'atmosfera era dura. La ideologia nazista regnava ed il lavoro più importante era la scelta di pazienti per la sterilizzazione, per pulire il sangue tedesco da malattie ereditarie: il precursore della Eutanasia, già progettata in caso di guerra. Lasciai quindi l'attività clinica psichiatrica dopo pochi mesi e mi stabilii come medico di famiglia in campagna, attività nella quale rimasi per tutta la durata della guerra.

Dopo la guerra ebbi la fortuna di fare un tirocinio di un anno nel reparto di psicosomatica della clinica universitaria a Heidelberg sotto il prof. Victor von Weysacher dove facevamo sedute di psicoterapia ed io potevo iniziare l'analisi didattica che ho continuato nella mia seconda esperienza psichiatrica come assistente alla Clinica psichiatrica della città di Bamberg, una clinica progressista dove c'era sport, lavoro e possibilità di uscita per i pazienti, ma nessuna preparazione per una vita autonoma dopo la dimissione.

Nel 1948 ebbi la grande fortuna di partecipare al Congresso Internazionale di salute mentale a Londra dove potevo vedere il grande progresso in psichiatria e psicoterapia in Inghilterra e in America. Mi sono trasferita a Londra nel 1949 dove ho lavorato per un anno e mezzo in un Istituto per famiglie in difficoltà. La psicoterapia di coppia veniva effettuata da due terapeuti, che incontravano la coppia in crisi una volta al mese. La nuova tecnica era stata elaborata dal dottor Michael Balint, il fondatore dei gruppi Balint, e da lui venivo supervisionata. Questa esperienza è stata forse la più importante di tutta la mia formazione di psicoterapia analitica.

Dal 1952 al 1957 potevo partecipare al primo corso in gruppo-analisi del Tavistock Institute seguendo il metodo di Bion praticato alla Tavistock Clinic, che si imperniava sul transfert verso il conduttore e sull'hic et nunc nelle sedute. Ai partecipanti che provavano a parlare delle famiglie, dell'infanzia o del lavoro si faceva il rimprovero di resistenza contro il lavoro di gruppo, una scelta che non ho mai condiviso nel mio lavoro successivo.

Anche gli assunti di base mi sembravano teoricamente troppo primitivi per spiegare la vita complessa di un gruppo. È stata comunque una esperienza molto interessante.

Negli anni successivi ho partecipato regolarmente ai Workshop di Foulkes a Londra che basava la sua tecnica sul concetto che ogni gruppo forma inconsciamente una rete nella quale ogni partecipante può trovare un suo posto e da questo può parlare di ogni cosa che gli passa in mente.

Questa tecnica mi sembra più adatta per la terapia. Il gruppo stesso si trasforma in un organismo terapeutico che il conduttore può osservare lasciandolo sviluppare da solo anche per lungo tempo.

Questo tipo di gruppi, compresi quelli di formazione, hanno seguito lo schema classico: le sedute avevano una frequenza di una o due volte alla settimana (raramente tre volte) ed i partecipanti mantenevano immutati i loro consueti ambienti ed abitudini di vita quotidiana.

La mia rivelazione sulle possibilità di un gruppo venne ad una Leicester Conference del Tavistock Institute di quattordici giorni organizzata nel Campus della Università di Leicester durante le vacanze con uno staff di psicoanalisti di lunga esperienza. Il programma era molto complesso per il lavoro, la vita, le fantasie indotte dal corso: piccoli gruppi, gruppi mediani, grandi gruppi di tutta la comunità, di impostazione piuttosto bioniana, lezioni teoriche.

Il fatto di vivere insieme lontano dalla città fa sì che il lavoro, le discussioni continuino fino a tarda notte e conducano a risultati sorprendenti per la vita dei partecipanti. Mi pare che in questo modello ogni membro sia incoraggiato verso la indipendenza e l'autonomia del pensiero, che possa emergere la libertà del singolo di presentarsi nella sua natura più profonda, senza paura di essere giudicato.

In questo senso il gruppo potrebbe essere uno strumento prezioso in questo nostro mondo troppo razionale e materialistico, ma siamo ancora lontani dall'usare il gruppo in questo modo approfondito.

Ho provato ad usare la residenzialità o il lavoro in blocchi di 7 giorni due volte all'anno per 5 anni (10 incontri di un gruppo di 10 persone) dal 1975 in Austria per la Internationale Arbeitsgemeinschaft für Gruppanalyse (IGA, Germania).

Questo metodo di formazione in gruppi residenziali ha avuto un grande successo. Ogni volta abbiamo 6 – 8 gruppi, ognuno con due conduttori, un analista ed uno studente dell'ultimo anno; dopo tre partecipazioni e dopo un colloquio con un membro dello staff si può essere nominati osservatori.

L'astinenza analitica è la regola nella prima parte del corso come anche nelle Leicester Conference.

Nei corsi residenziali il tempo libero fuori delle sedute è abitualmente anche usato per approfondire il materiale delle sedute. Questo è stato spesso proibito nella formazione classica in gruppoanalisi nei grandi centri. I primi analisti di gruppo ritenevano che la discussione fuori dalla seduta diminuisca l'effetto spesso molto forte della seduta. In questo modo, però, veniva a mancare un elemento molto importante del corso, lo sviluppo della gruppalità, un'esperienza essenziale nel nostro lavoro.

Non è facile sviluppare una gruppalità aperta per membri autonomi dove si possa parlare della vita e dei suoi problemi senza paura. È una esperienza fondamentale che ha cambiato la mia vita, ma certamente non è facile trovare gruppi adatti ad un tale lavoro.

*** Brani tratti dal libro "Il setting Gruppo-analitico esperienziale a blocchi" - Alice Ricciardi von Platen, Dante Pallecchi (in corso di pubblicazione)